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Archive for ‘A me la penna’

Sii per me il mio libro d’amore

By , 27 giugno, 2013, No Comment

Sii il mio poeta folle e il mio zingaro misterioso; sii il mio aristocratico impertinente ed il mio pittore squattrinato. Sii il mio Werther, il mio Darcy, il mio Bécquer ed il mio Heatcliff.
Sii per me tutti i libri del mondo e il mondo, tutto, racchiuso in un libro. Sii come quei libri che ti respirano tra le mani, parola dopo parola. Quei libri che ti scavano la pelle, ferita infetta di sensi drogati. Sii il mio principio ed il mio finale, la mia maiuscola ed il mio punto.
Sii per me la gioia dell’aspettativa e la malinconia del congedo. Sii per me la storia d’amore immortale, giusta per chiunque,  perfetta solo per noi.

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Lo smalto rosso

By , 26 novembre, 2011, No Comment

Era strano vederla così, e credo che lo pensassero tutti. Gina, di per sé, era normalissima, per carità, ma questo suo vezzo faceva mugugnare parecchia gente.

Gli uomini credevano fosse una di quelle stranezze femminili, per loro incomprensibili, e non ci facevano poi tanto caso. Tra un bicchiere di vino e una partita a carte, al bar, alzavano le spalle per un momento e poi tornavano a pensare agli affari loro. Che si sa, gli uomini hanno poca voglia di capire certe cose.

Le donne, invece, che prendono questioni del genere molto sul serio, si dividevano in due fazioni: quelle che potevano pensare tutto il male possibile di Gina, e quelle a cui non fregava nulla, ma ascoltavano e annuivano con sacralità alle chiacchiere delle altre.

E Gina, in tutto questo, sorrideva.

Non era vedova, né zitella. Non si era mai sposata, diceva, per scelta del destino. Ma aveva amato come poche persone sono in grado anche solo di pensare. E il suo amore, diceva lei, se l’ era portato via il treno.

Nessuno sapeva se fosse stata abbandonata o se il suo amante fosse morto lungo la ferrovia, in quel modo bastardo di andarsene tentando di costruirsi un avvenire. Fatto sta che Gina, da quel momento, ogni domenica, alla stessa ora, mentre il paese andava a Messa, si avviava alla stazione.

Si sedeva sotto il grande orologio, su quelle panchine che hanno tutte le stazioni del mondo, fredde e scomode, e aspettava che arrivasse il treno. Non le interessavano quelli che si fermavano lì: non ci trovava niente di bello, solo una grandissima confusione. A Gina piacevano i diretti, i treni veloci, quelli che passavano senza fermarsi, senza rallentare. E quando sentiva quel fischio, inconfondibile, chiudeva gli occhi e sorrideva.

Ma non era questo, per quanto strano, che faceva mugugnare la gente, alzare le spalle agli uomini e pensar male alle donne. Alla fine, com’è che si dice: ognuno della sua anima faccia quello che vuole.

Il fatto è che Gina, ogni sera, non ogni domenica, non ogni giorno di festa o ogni vigilia, ma ogni sera che il Padreterno mandava in terra, compiva uno strano rituale: nella solitudine della sua casa, che fosse davanti al fuoco o sui gradini dell’ingresso o nel suo grande letto, unica eredità di sua madre, lei si metteva uno smalto rosso fuoco sulle dita.

Lei, che lavorava nei campi, che impastava il pane; lei che raccoglieva le nocciole a settembre e le castagne a ottobre; lei che si scottava con la stufa di casa almeno una volta al giorno; lei, che aveva le mani grosse e tozze, sporche e rovinate, mani di terra e acqua e lavoro; lei che era come tutte le altre donne del paese, non più bella, forse, anzi, più sola; lei, alla fine della giornata, ogni sera, si metteva lo smalto.

Uno smalto da poco, quello che dura il tempo di uno starnuto, che quando ti soffi il naso già noti qualche chiazza bianca sulle unghie appena dipinte. Ma a Gina non interessava: tanto, la sera seguente, lo avrebbe rimesso, più rosso di prima, più rosso di quanto si possa mai arrivare a credere.

Non ha mai voluto spiegare perché lo facesse, se era banale vanità o se, magari, le ricordava quel suo amore, portato via dal treno. Forse a lui piaceva quel suo smalto rosso fuoco, e lei, in suo onore, ogni sera se lo metteva, per sentirlo vicino o per rendergli omaggio.

Ed è morta Gina, morta da sola, in casa, nel sonno, una domenica pomeriggio dopo esser tornata dalla stazione. E quando la vidi, stesa su quel suo grande letto solitario, notai che lo smalto della sera prima se ne era quasi tutto andato. E allora, prendendo la boccetta sul comodino, iniziai a dipingerle le dita.

Perché, forse, avevo capito.

Gina era sola, viveva sola, lavorava sola, dormiva sola. La vita le aveva tolto molto più di quanto le avesse mai dato. Guardava il mondo con la schiena piegata, Gina. Piegata sulla terra, piegata a raccogliere nocciole o castagne, piegata nel pulire la stufa. Piegata dalla vita. E anche quando riusciva ad avere il viso diritto, la testa alta, era comunque e sempre seduta, come alla stazione, a sentire il destino che corre veloce, senza aspettarla. Non a guardare. Perché aveva gli occhi chiusi, Gina, quando passava il treno. Era seduta, Gina, scomoda e infreddolita. E la vita le passava davanti così. Ma lei sorrideva. La sfidava la vita, Gina. La sfidava con quel suo orribile smalto rosso, a dimostrare che lei, comunque, sarebbe stata più forte.

Più lo smalto si toglieva, più lei lo avrebbe rimesso. Più le unghie le si spezzavano, più lei le avrebbe dipinte. Ogni sera. Per tutta la vita. Non lo faceva per il suo amore, per il suo uomo, per sentirsi più bella delle altre. Lo faceva per se stessa, Gina. Per tentare di combattere quello che sembra caderti addosso, sulle spalle, a piegarti la schiena. Che anche con la testa bassa, le mani, le unghie, lo smalto, Gina li vedeva. E sorrideva al destino, sfidandolo.

E alla fine ha vinto, Gina, con le unghie spezzate e colorate. Ha vinto.

Forse, in fondo, il suo era solo un vezzo vanitoso. O uno struggente ricordo del suo amore perduto. Ma a me, mentre metto il mio orribile smalto rosso da due soldi, piace pensarla diversamente. A me piace pensarla così.


Per Gianfranco

By , 17 ottobre, 2010, 2 Comments

Millanta amori la storia ha cantato
con poeti, scrittori, versi e poesie;
poemi composti che il fato ha donato
come regali d’incanti e magie.
Bisogna esser grandi per dire di storie
che niente hanno, sembra, d’umano,
ma meglio anche di eroiche vittorie
fan battere il cuore e tremare la mano.

Parliamo di quando due anime aperte
pronte ad accogliere piena la vita
si trovano invece di gioia scoperte
e sofferenti per una trista ferita.
Un morbo strano, senza causa apparente,
che prima non dava sintomo alcuno
e che d’improvviso assale la mente
e né cuore né stomaco lascia digiuno.

Colpisce principi, re, cavalieri
per lui la classe non fa differenza;
arriva da servi, cuochi, scudieri
senza né inchino né riverenza.
Di maghe e regine bussa al battente,
son sue principesse, schiave, gran dame:
quando contagia gli è indifferente
trovarsi di fronte nobildonne o puttane.

Gente di fama, di gloria e potere,
che della storia il trono ha calcato
ha visto abolito ogni volere
ha avuto il cuore e il corpo aggiogato.
Né armi né scudi qualcosa han potuto
contro una forza tanto ammaliante,
nemmeno di Odino il destriero forzuto
sarebbe scappato abbastanza distante.

Lancillotto del lago da esso fu avvinto
andando contro ogni ideale
e in lui la ragione divenne l’istinto
in lui si confuse il bene col male.
Sorte più atroce conobbe Abelardo
grand’uomo di culto, libri, parlare
in pieno petto colpito dal dardo
che sfianca, uccide ma non fa sanguinare.

E così Cyrano lo spadaccino
che ad ogni stoccata recitava poesia
che spesso alla morte era andato vicino
deridendo, beffando e cacciandola via,
conobbe un giorno il sole che scalda,
che sol da lontano si può rimirare
che rende la vita felice e gagliarda
che per gioco crudele non si fa avvicinare.

E ciò che la spada mancò di missione
compì una notte dolce e stellata,
dei versi, un’ombra, un alto balcone
sospiri di donna da altro baciata.
Ma ormai il cuore aveva votato
la mente, il corpo alla sua bella dama
e pur di vederla sarebbe spirato:
colpito alle spalle, ma non da una lama!

Di uomini illustri abbiamo contato
che furon di un tempo molto remoto
che gesta ed imprese ci han regalato:
nulla di loro è passato all’ignoto!
E ora che Crono ha fatto il suo corso
vedendo anni e anni passare
ancora quel morbo ci prende nel morso
nessuna fuga possiamo sperare.

E come allora il povero e il ricco
risultano uguali nel loro potere,
che volino in alto o che cadano a picco
l’unica cosa che posson sapere
è che quando giunge deciso il momento
nulla di certo possono fare
né serve alcun grido né alcun lamento
né il destino si lascia evitare.

Se alcuna difesa creare han potuto
uomini forti e anche potenti
e donne e fanciulle che da sempre han saputo
gli immensi segreti dei grandi sapienti,
tu dimmi se io che nulla so fare
che non conosco alcuna magia
che a malapena so raccontare
i segreti e i dubbi dell’anima mia

Tu dimmi dunque quale invenzione
avrei potuto da sola creare,
o quale strana e impavida azione
sarei stata in grado di fare
qualora io avessi deciso
di evitare il male suddetto
se con un gesto breve e conciso
avrei cambiato del fato l’aspetto.

Ma ride il mio cuore di quel che è successo
ride felice di questo contagio:
perché così gli è stato concesso
di avere per vero quel suo presagio.
Quella cosa che sempre, sempre sentiva
che sperava sarebbe un giorno avvenuta
ma che spesso poi percepiva
come labile fiamma minuta.

Credeva purtroppo di non meritare
quello che i libri han sempre cantato
ed era inutile stare a cercare
ciò che per lui non sarebbe mai stato.
Ma ecco che arriva un giorno d’inverno
lo strano male che bussa al portone
sarebbe entrato per stare in eterno
stanziatosi lì con uno strattone.

Capisci ora di cosa ho parlato
con le parole un poco giocando
dando uno sguardo illustre al passato
dello strano morbo contando?
La malattia colpisce nel cuore
entra a forza, ci lascia storditi
ma quando se n’è avuto il sentore
abbiamo i voleri tutti esauditi.

La vita ci appare fiaba stupenda
il sole ci bacia pieno nel viso
è come se la nostra vicenda
fosse degna del paradiso.
Solo una cosa a volte ci pesa
lasciandoci addosso un po’ di tristezza,
abbiamo l’anima nostra sospesa
sentiamo il gusto dell’amarezza.

Una volta che siamo dal male colpiti
Soli nell’ombra non possiamo più stare
da braccia amate vogliam esser carpiti
vogliamo qualcuno che ci possa scaldare.
La nostra mente più non comanda
né corpo, né anima, nulla di noi
poiché anch’essa forte domanda
quei desideri che sono anche suoi.

E dopo questo lungo parlare
in rima, con strofe e pure con versi
è giunto il momento di confidare
come i miei pensieri siano ormai persi.
L’alba mia sei diventato
il sole che scalda col primo raggio
un sogno che ormai si è ridestato
come uno gnomo all’ombra d’ un faggio

Ti prego scusa questo mio ardire
so di non essere un vero poeta
e spero solo che questo mio dire
sia arrivato infine alla meta.
Perché per dirti quello che provo
ho usato un modo davvero un po’ strano…
Ogni remora alfine rimovo:
“Sa solo Dio quanto ti amo!”

Storia

By , 17 ottobre, 2010, No Comment

C’era una volta un luogo, un dove che nessuno conosceva, e un tempo, anch’esso da sempre tenuto nell’oblio. In questo luogo e in questo tempo viveva un re, un sovrano potente, forte, valoroso, giusto e implacabile. Era riuscito, con il suo esercito, a conquistare terre e foreste e colline, pianure, montagne. Aveva guadato fiumi, attraversato mari, esplorato grotte, arrivando fino ai confini del mondo. Il suo reame era immenso; ovunque si volgesse lo sguardo si potevano vedere i suoi possedimenti.
“Siamo sulle terre del Re!” dicevano tutti; quando uno straniero, o un viaggiatore, chiedeva dove si trovava, si sentiva rispondere sempre allo stesso modo: “Ma come? Non lo sai? Questo è il dominio del Re!”
Il Re. Ormai così era conosciuto. Anche lui, una volta, aveva avuto un nome; ma con il tempo tutti lo avevano dimenticato, e, per le sue imprese, per le sue eroiche gesta, il titolo di Re era, sicuramente, quello più adatto.
Egli aveva ori e argenti provenienti da ogni dove; sete e broccati tra i più preziosi; spezie rarissime, vini pregiati; conosceva le lingue di tutte le terre, le usanze di tutti i popoli; poteva studiare su libri scritti dalle più grandi menti mai esistite di ogni tempo e paese. Era amato dalle sue genti, poiché era un sovrano giusto. Difendeva i sui sudditi dai nemici, e in cambio chiedeva loro soltanto di lavorare onestamente, per far sì che il regno prosperasse sempre di più. Un vantaggio, poi, di cui tutti avrebbero beneficiato.
Nelle sue terre, nessuno aveva mai conosciuto la fame o la miseria; e al suo palazzo, gli amici potevano godere di tutti i suoi tesori, che egli metteva a disposizione senza remore, senza restrizioni. Si brindava con il vino più gustoso; i cibi erano insaporiti in maniera magistrale. E si giocava, ci si divertiva con tutti i passatempi importati dai paesi stranieri.
Era un regno sereno, felice; e felice era anche il suo sovrano. Non poteva desiderare niente di più. E niente di più chiedeva. “Ho amici sinceri, compagni fedeli che darebbero la vita se solo io glielo comandassi; i miei sudditi mi amano e mi rispettano, e sono sicuro che se io chiedessi loro di armarsi e combattere, essi lo farebbero, senza chiedere spiegazioni. I miei forzieri sono pieni di oro, le mie dispense e le mie cantine piene di viveri, e, se anche un giorno dovessero scoppiare epidemie, guerre, miseria, possiamo tutti vivere comunque di quello che con gli anni abbiamo raccolto. Ho mura salde a difendere il mio castello, e nel mio regno tutti hanno una casa e un letto nel quale dormire sonni tranquilli. Non posso chiedere niente di più!”
Un uomo saggio, il Re; saggio e potente, ricco, bellissimo, rispettato e amato.
Ma comunque sempre un uomo, e come tale un giorno, quando la sua anima si sarebbe stancata di vivere sulla terra, avrebbe dovuto lasciare questo mondo, e iniziare un viaggio ben più importante di tutti quelli che aveva avuto la fortuna di compiere. “Ma è meglio non pensarci!” si diceva.
E così i giorni passavano, trasformandosi in mesi, i quali, a loro volta, parlavano e si mostravano attraverso le stagioni: ecco l’inverno, curvo vecchietto di bianco vestito, che riusciva con il suo respiro a far tremare le terre, a far gemere le montagne, a fermare persino l’inesorabile scorrere dei fiumi; e l’estate, giovane, calorosa, prorompente donna, che implacabile faceva sudare e sbuffare ogni creatura, vivente e non; calde erano le pietre a lungo esposte al sole e calde erano le fronti dei contadini che, alzando lo sguardo al cielo, ringraziavano il sole per le messi loro donate ma si chiedevano perché mai dovesse sempre risplendere con così tanto fervore.
Inverno ed estate, freddo e caldo, stagioni che passavo anche per il Re, sensazioni che pure lui, grande e potente, non poteva evitare di provare.
Tutto scorreva tranquillo, ogni cosa andava avanti nella sua pacata normalità.
Finché un giorno bussò alle porte del castello una ragazza.
Era bella, incredibilmente bella; nei suoi occhi si potevano scorgere le stelle del cielo, lì, trapuntate sull’oscuro tessuto della notte. In lei si capiva l’arcano disegno che creò con la sua luminosa armonia, cacciatori, cavalli, draghi, fanciulle. Esseri ancestrali e misteriosi che da sempre hanno guidato il cammino degli uomini.
Il nome di questa creatura era Amo. Introdotta al cospetto del Re, alla domanda del sovrano sul motivo che l’aveva condotta fino alla sua reggia, rispose: ” Mio signore, è una vita che cammino e che viaggio, sempre guidata dalle amiche nuvole, che dall’alto saggiamente mi indicano la strada. Una notte, tanto, tanto tempo fa, iniziai a scrivere una poesia, ma, una volta che la mia penna aveva vergato il primo verso, la mia mente si rifiutò di creare il secondo. Capii, a quel punto, che soltanto viaggiando, solo conoscendo nuove realtà, nuovi luoghi, nuove persone avrei potuto completare la mia opera. E così, cominciai questo mio peregrinare, e ogni volta che giungevo in un posto nuovo, come per magia, la mia mente iniziava a giocare con la mia penna, imprimendo sul foglio nuove parole. Tanto ho vagato e tanto ho scritto, fino ad oggi: le nubi mi hanno portata sin qui, ed è proprio in questo luogo, nel suo regno, o mio sovrano, che io spero, finalmente, di poter trovare l’ultimo verso della mia poesia.”
Stupito tanto della bellezza, quanto dalla determinazione di questa fanciulla, il Re decise di accoglierla nel suo regno, e ospitarla nel suo castello. E Amo, che mai si era aspettata una così calorosa accoglienza, abituata a sguardi di derisione e di compassione, si inchinò rispettosamente, per poi dirigersi verso i suoi alloggi accompagnata da una damigella.
Giunta che fu in quelle che sarebbero diventate le sue stanze, si lasciò cadere sul letto. Era stanca, stremata. Chiuse gli occhi, li tenne serrati quasi con violenza chiedendo e sperando di poter finalmente concludere la sua opera, per potersi riposare e godere la vita. Luna e Sole iniziarono il loro gioco nella volta del cielo, e il giorno seguì la notte, e poi nuovamente sera, e poi ancora mattina.
E sempre, ad ogni alba, Amo lasciava i suoi alloggi, e andava passeggiando per i campi e i boschi del regno, parlando con quel contadino, giocando con quel piccolo scoiattolo, fermandosi di tanto in tanto nelle botteghe degli artigiani ad ammirare i lavori creati da abili mani, o rimanendo in contemplazione del grandioso gioco di luce che l’acqua di una cascata partoriva dopo il magico incontro con i raggi solari. E ad ogni nuovo giorno, il Re guardava dalle sue finestre questa piccola, meravigliosa creatura, sempre più ammaliato, sempre più incantato, chiedendosi, quasi temendolo, se mai sarebbe riuscita a completare la sua poesia.
Un pomeriggio, mentre Amo era intenta a consolare una bambina che correndo era caduta, il Re si avvicinò e, chinandosi sulla ragazza, le chiese come trovasse il suo regno, se era felice nelle sue terre.
“Oh, mio signore, avete un reame meraviglioso! Mai, in tutti i miei viaggi, sono riuscita a trovare un luogo tanto bello e armonioso e felice come sembra essere questo”.
A quell’incontro ne seguirono altri, e altri ancora; e ovunque si notasse la maestosa figura del Re, vicino, sicuramente, si poteva trovare quella di Amo. Cavalcavano insieme per i meravigliosi boschi, esploravano profonde grotte, dimore di piccoli e dispettosi folletti, e chiunque, umani ed elfi, creature mortali e spiriti fatati, animali, piante, persino il vento e la pioggia, chiunque rimaneva in profondo e ammirato silenzio scorgendo le due figure, legate da chissà quali discorsi, unite da chissà quale magia. Erano sempre insieme, di giorno e di notte, affacciandosi al sole per far meglio maturare la loro gioia, e accettando la Luna come unica testimone della loro passione, di quella comunione di corpi e di anime, di quei momenti in cui, i segreti che di giorno si erano scambiati all’orecchio, venivano sussurrati attraverso il contatto delle loro bocche.
Tutto era bello, tutto era perfetto. Ma tutto è destinato, prima o poi, a cambiare.
E quel momento era giunto. Mentre riordinava la sua stanza, Amo trovò la sua poesia. Erano mesi che non ci pensava più, ma ora nuovamente aveva tra le mani quel foglio, motivo di tutti i suoi viaggi, ancora incompleto. Grazie ad esso era giunta fin lì, grazie ad esso aveva conosciuto il suo amato Re, ma ora, mentre fissava atterrita lo spazio vuoto dell’ultima parola, le parve come se quel foglio la richiamasse all’ordine, come se le comandasse di compiere il suo dovere.
Le braccia le caddero lungo il corpo, ed essa sconfitta e con gli occhi brucianti per le troppe lacrime versate, cominciò a fare i bagagli, a raccogliere le sue cose.
Doveva andare. La sua poesia non era ancora finita e, a quanto pareva, quello non era il luogo dove questo sarebbe potuto avvenire.
Fu facile uscire dal castello. Ormai tutti la conoscevano. Non era più una curiosa viaggiatrice. Era diventata un’abitante di quelle mura, di quei prati, di quei boschi, di quelle pianure, di quel regno. Eppure, neanche quella era la sua casa. Neppure in quel luogo straordinario poteva fermarsi. Neppure ora. Ora che grazie ad un uomo aveva conosciuto la completa felicità. E mentre pensava, piangeva; e mentre piangeva si allontanava; e mentre si allontanava moriva.
Tante volte il pendolo aveva fatto sentire la sua voce, prima che il Re andasse nelle stanze di Amo. Bussò, ma non ricevette risposta. Bussò ancora, aspettò, ma niente. Allarmato, decise di entrare. E una volta spalancata la porta, il cuore gli mancò un battito. La stanza era vuota: Amo non c’era, tutte le sue cose sparite. Stava per correre fuori, quando lo sguardo si posò sul letto. C’era un biglietto, una pergamena, che non sembrava essere stata dimenticata, ma che era lì per una precisa ragione.
La prese, la lesse, e il respiro gli morì nel petto.
Quella era la poesia che Amo stava scrivendo. Era incompleta, mancava ancora quella maledetta parola. E allora comprese. Comprese il motivo che aveva spinto Amo ad andarsene, e comprese anche che lui questo non avrebbe mai potuto permetterlo. Come una furia uscì dal castello, montò il suo cavallo e corse, volò alla ricerca della sua amata. La vide, da lontano, chiamò, pianse urlando il suo nome. Ed ella si voltò, appena in tempo per vedere il suo Re gettarsi dal cavallo e precipitarsi verso di lei. Lo strinse, come se fosse l’unico appiglio fermo in un mondo che turbinava, ma poi, strappandosi il cuore a morsi, si allontanò da lui. Questa volta fu il Re ad imprigionarla. “Non capisci!”, gli disse, “Non posso restare, non posso!”
“No, tesoro mio, sei tu che non capisci. Il tuo posto è qui, con me, nel mio regno, vicino al mio cuore. Questa è la tua casa, ed io, con te, ho trovato la mia.”
Oh, Dio, quanto avrebbe voluto credere a quelle parole!
“Ma la mia poesia…”, pianse afferrandosi al suo collo, “la mia poesia non è ancora conclusa, ed io…”
Lui le alzò il volto, le pose una mano sulla guancia e la guardò negli occhi: “La tua poesia è finita. Sono riuscito a concluderla” Le diede il foglio, pieno questa volta, senza un solo spazio bianco. “Capisci ora, mia piccola dolce Amo? Il tuo destino è quello di conservare il mio cuore. Io ho concluso la tua poesia, e tu sei riuscita a completare il mio sogno. Sono ricco, potente; ho terre sconfinate e amici fidati ovunque, ma sono un uomo, un semplice, normale uomo che ha paura della morte, che trema l’inverno e ha caldo durante l’estate. Ma ora con te non dovrò più temere le lunghe, rigide notti, poiché avrò chi le riscalderà; quando il sole brillerà implacabile nel cielo, insieme, ci tufferemo nelle fresche sorgenti, trovando pace e ristoro nelle loro limpide acque. E il giorno in cui sentirò giungere la mia dipartita, avrò l’animo tranquillo. Perché nel tuo ricordo, mia signora, nel tuo cuore, io avrò vita eterna. Così sarà per me, e così sarà per te.”
Amo, ancora incredula, guardò diritta negli occhi del Re. Era finito. Il suo compito, il suo incessante peregrinare era finalmente finito. E, al suo posto, ora c’era una nuova, grande avventura, magica, dolce, bellissima, un nuovo viaggio, da compiere, questa volta insieme a colui che le era più caro dell’aria che le serviva per vivere. Si alzò in punta di piedi, e mentre per un attimo, volgeva un ringraziamento al cielo, unì, ora e per sempre, le sue labbra a quelle di lui.
Fu così che Amo ed il suo Re si fusero, da quel momento, in un solo essere. Divennero quella forza incredibile ed invincibile, che nemmeno il tempo sarebbe mai riuscito a sconfiggere. E da allora, fino ai nostri giorni, e ancora, in eterno, sarebbe stata la fiamma in grado di dare un senso ad ogni esistenza.

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