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Archive for ‘Recensioni’

Desiderio (R. Rogers)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

Quante volte abbiamo, ho, detto che un libro, quando bello, riesce a far sì che noi, anonimi lettori, riusciamo a ridere, piangere, soffrire o gioire come ridono, piangono, soffrono o gioiscono i protagonisti.
Ma quando sono le stesse pagine a trasudare emozione; quando avvertiamo le mani umide di pianto nello sfogliarle; quando le sentiamo scottare per la passione, o pungere per la rabbia, o quando ci sembrano pesanti, non per la noia, attenzione, ma perché la paura di scoprire cosa accadrà dopo si trasmette oltre le parole; allora, come potremmo definirlo un libro del genere? Bello? No. Eccezionale? Non credo. Unico? Siamo ancora lontani, ma ci stiamo avvicinando… Il fatto è che non si può catalogare così, semplicemente, un libro come “Desiderio” di Rosemary Rogers. Non si può. E’ come tentare di definire i confini di un turbine, di chiarirne la natura, di porre i paletti che ci indicano “inizio” e “fine”. Ed è proprio di un turbine che sto parlando. Perché quando si aprono quelle maledette pagine è impossibile rimanere in noi. E il vento che da esse si sprigiona ci entra nel cuore, nel cervello, ci comanda, annulla completamente il nostro essere. E a noi non resta altro che abbandonarci, che lasciarsi travolgere, non ci rimane che tremare, gemere quasi per tutta quella sciarada di sensazioni, troppe forse, che ci assalgono e ci cambiano. Maledette pagine, già! Maledette perché come una droga, capisci di non poterne fare più a meno. Maledette perché non c’è dolcezza, non c’è tenerezza, ma nonostante tutto, anzi, forse proprio per questo, ci incidono l’anima. Maledette perché quelle sole, uniche, due, tre parole d’amore sono talmente forti, talmente brucianti, inebrianti, da farci spasimare. Maledette perché non leggeremo mai, tra di esse, dichiarazioni dolci e trepidanti, ma nonostante tutto, la cruda e profonda, meravigliosa semplicità di quelle presenti ci riempie e ci commuove come non mai. Maledette come i due protagonisti, un uomo e una donna, stregati, furenti, ruggenti, che si odiano, si feriscono, si uccidono l’anima, il cuore, la mente, ma che graffiano, divampano attraverso i corpi e la carne e il sangue e i sensi.
E se anche voi, come loro, non avete timore di lasciarvi ferire, se avete voglia di mandare al diavolo per una volta, una volta soltanto, certezze, sicurezze, appigli, allora staccate con loro le mani dallo scoglio del tempo e lasciate che i flutti della tempesta vi chiudano, togliendovi l’aria, ma donandovi la vita.


Ritrovarsi (J. MacNaught)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

E’ possibile sentirsi inquiete quando, per i numerosi impegni, più o meno importanti, che fanno parte della vita reale, si è costrette ad interrompere la propria lettura?
E’ possibile fare le tre di notte con la consapevolezza di doversi alzare presto, la mattina dopo, perché il solo pensiero di non riuscire, con il proprio contributo di lettrice, ad aiutare i protagonisti a risolvere i loro problemi, ci sembra un pensiero insostenibile?
E ancora, è mai possibile svegliarsi il giorno dopo e, notando quel libro finito sul comodino, provare tristezza nel rendersi conto che, quelle grandiose vite, ormai noi le abbiamo conosciute, scoperte e godute?
La risposta a tutte queste domande è sì! SI’! Se il libro in questione è Ritrovarsi”, e l’autrice Judith McNaught.
Sapevo che, comprandolo, sarei andata sicuramente incontro a delle pagine che sarebbero rimaste ben incise nel mio animo; sapevo che facevo bene a tentare di prolungare fino allo stremo il momento in cui, nella mia camera, sul mio letto, con la sola compagnia di quella lampadina che crea atmosfera, più che luce, avrei, con un tamburo nel petto, e profonda riverenza nello sguardo, sfogliato la copertina e posato gli occhi sulla prima pagina.
“Ecco che si comincia”, diceva la mia mente; “pronta a sognare?” domandava il mio cuore. E così una, due, tre, quaranta, cinquanta, sessanta, ottanta, cento…”Cavolo è tardissimo! Devo andare!”; cento, duecento, trecento… Miseria!! Sono le due di notte!! Non posso fermarmi adesso!! Non posso lasciarli così! Mancano solo settanta pagine!”… Si fa presto ad arrivare all’ultima scena, all’ultimo dialogo, all’ultima parola. Troppo presto.
E così, non resta, il giorno dopo, che ri-iniziare tutto daccapo. Non resta che presentarsi di nuovo a Stephen, con il cuore che ci manca un battito, quando lui alza lo sguardo e noi possiamo vedere i suoi occhi; non resta che guardare ammirate “Sherry”, per la bellezza , il coraggio, la determinazione; non resta che ridere ancora con quella piccola vecchietta, già nostra conoscenza; non resta che provare un tremito conosciuto quando, tra le righe, scorgiamo nomi che già una volta, e ancora, ci hanno fatto morire: Thornton e Townsende; e non resta che lasciare che le lacrime scorgano libere quando siamo noi a sentire quel groppo nella gola,  non solo Stephen, nel notare le mani strette sul cuscino, e capire che, per l’emozione, è impossibile dire quelle parole d’amore che, invece, meriterebbero di essere gridate. Non resta che essere felici che quel libro sia nostro, che non dobbiamo riconsegnarlo a nessuno; e non ci resta che ringraziare ancora una volta il cielo che ci siano questi piccoli e cartacei concentrati di magia, che, pazientemente, e ogni volta che vogliamo, non aspettano altro che condividere con noi il loro incantesimo.

In nome della madre (E. De Luca)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

Una carezza. Una tenera e calda carezza. E’ così questo libro. Ti entra dentro come una brezza.  E, forse per la prima volta, ti accorgi che il vaso può avere più bellezza e poesia del fiore che contiene.

La storia di Miriam/Maria, fanciulla, adolescente che, per un disegno superiore, più grande degli uomini e del destino, si troverà a essere incinta di Colui che, per tutti, è il Messia. Per tutti. Anche per lei. Ma non subito, non completamente. Per questa ragazzina da poco donna, la creatura che le cresce in grembo è, innanzitutto, suo figlio.

Suo. E basta. Per nove mesi – e poche ore – questo figlio le appartiene. E non ci sono leggi, umane o divine, non c’è il tempo, non c’è il destino. Per nove mesi, e fino all’alba, Miriam sarà mamma. Mamma e vaso. Orecchie, occhi e cuore. Sarà pelle e nervi. Sarà questo. Tutto questo. Solo questo. E lo sarà soltanto per suo figlio.  Un amore immenso e universale, quello di una madre, eterno come la sabbia del deserto e dolce come il latte delle stelle. E qui, per assurdo, senza contesto e senza paletti.

Con uno stile scarno, semplice, e forse proprio per questo più forte e più diretto, Erri De Luca racconta una delle vicende più conosciute. Ma, nel farlo, compie un passo indietro.  Tutti partono dove lui arriva. Ed egli parte dove pochi hanno avuto il coraggio anche solo di guardare. Perché l’autore parla di una ragazzina. Normale, semplice. Una piccola donna che accetta con coraggio quello che le è stato predetto e predestinato. E sembra farlo più per l’incoscienza della sua giovane età che non per chissà quale aiuto o dote divina. Certo, sa bene cosa sarà. Ma con un’allegria tutta infantile affronta ciò che è già stato deciso. Sembra volare, Miriam. Fluttua in questa sua nuova condizione di sogno. E si sente speciale. Quasi vanitosa. Come ogni ragazzina. E accanto a lei, Iosef, più grande, più maturo. Egli conosce la Legge, la rispetta, la teme. Ma per amore della sua Maria, combatte contro tutto ciò che da sempre ha ritenuto – e ritiene – giusto. E’ la conchiglia che protegge il suo tesoro : e senza guscio la perla, forse, non sarebbe nemmeno tanto preziosa.  Un uomo ed una donna, dunque, profondamente e marcatamente reali e che, proprio per questo, devono sottostare a regole e decisioni che gli vivono al di sopra. E quindi ecco la gravidanza. E quindi ecco il viaggio verso Betlemme per il censimento.  Ed è proprio alla fine di questo viaggio, volontà di uomini, che termina anche l’altro, di percorso, volontà divina. E nel momento stesso in cui la piccola Miriam stringe, per la prima volta, il suo bambino, quando smette di essere la ragazzina un po’ speciale per diventare la madre, in quello stesso istante perde anche tutto il suo coraggio. Come se la sua creatura, nel lasciarla, le avesse portato via la sua infanzia, la sua incoscienza. E allora prega. Prega con il cuore di mamma. Prega per suo figlio, il suo bambino.  Prega, ma sa. Sa cosa e come deve essere. E allora l’immenso coraggio di questa piccola donna esce fuori. Perché è solo grazie a lei che tutto si compie. Perché, se “in nome del padre si inaugura il segno della croce, in nome della madre si inaugura la vita”.

Ho amato questo libro profondamente, letto in una sola notte. Mi sono avvicinata alle sue pagine, alla sua storia, da non credente, da convinta non credente. E penso che sia stato questo il motivo che mi ha portato ad apprezzarlo in ogni sua più piccola sfumatura. Quindi vi prego, a titolo squisitamente personale, di lasciar stare, almeno per una volta, la fede. Vi chiedo di provare a conoscere Miriam e non ciò che essa, per alcuni, rappresenta. Vi chiedo di sentirla ridere, di vederla giocare. Vi chiedo di guardarle il pancione con la stessa tenerezza che usereste per una ragazza incontrata per la strada. Immaginatela china sui campi, sporca di terra, sudata per il sole, gonfia per la gravidanza. Pensatela dolce tra le braccia del suo uomo, ma goffa per il pancione. Provate ad immaginare le sue paure e incertezze. Capitene i sogni, le aspettative. Guardatela ragazzina e poi donna. Figlia e poi madre.

E dopo, soltanto dopo, tornate a leggerla come l’icona sacra che tutti noi conosciamo.

Come cenere nel vento (K.E. Woodiwiss)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

Storia d’amore e storia di guerra; storia di passione, coraggio, ideali, paure;
di fantasmi che si concretizzano e di sogni che si avverano.
Storia di due mondi tra loro così lontani, ma legati dal vincolo inesorabile del destino.
Alaina MacGaren, bellissima ragazza sudista, costretta, da quel conflitto fratricida noto come guerra di secessione, a fuggire e nascondersi, incontra sul proprio cammino Cole Latimer, medico yankee, affascinante e pieno di ideali. I due giovani appartengono a universi opposti, distanti, con un baratro che li separa, fatto di odio, lacrime, sofferenza e sangue. Una voragine creata dalla guerra, nella quale questo mostro partorisce e alleva le sue spaventose creature. Ogni distanza, però, può essere colmata; tanti ponti possono essere costruiti, e quello che Alaina e Cole stanno creando, magari anche inconsapevolmente, è fatto di mattoni di lealtà, giustizia, amore per la vita e per le gioie che soltanto essa può donare.
In un’America agonizzante, nella cui aria si respira odore di cenere e distruzione, fra travestimenti, bugie, inganni e orgoglio, si consuma una delle più belle storie d’amore mai raccontata. Un sentimento sublime, una passione forte anche più dell’odio umano, un amore che lancia il suo grido al di sopra degli assordanti boati dei cannoni e che detta legge in una realtà che sembra essersi dimenticata della lirica poesia che soltanto il fuoco tra un uomo e una donna può dettare.
Alaina e Cole non sono soltanto una donna e un uomo che appartengono a due realtà opposte: essi sono i massimi rappresentanti di quelle realtà. Nelle loro parole, nelle loro azioni, in quello che dicono o in ciò che pensano, ma anche e soprattutto nel loro aspetto fisico, rispecchiano gli universi, le scena di quegli spettacoli di cui sono i principali protagonisti.
Alaina ha occhi grigi, profondi, tristi; ha capelli color del mogano…Alaina riflette, nella sua dolce figura di donna, la bandiera della Confederazione, grigia e rossa, strappata, consunta, ma che ancora, quasi con un’orgogliosa disperazione, sventola tra i fumi della sua disfatta; è un simbolo che comunque continua ad esistere, e così, nonostante le difficoltà, il dolore, la sofferenza, Alaina continua a vivere, a lottare con superba dignità.
Cole è alto, superbo, con occhi color del cielo e del mare; colore di quel gonfalone, quello dell’Unione, per il quale è sceso in guerra, per il quale combatte. Per quello stendardo che fiero mostra le sue tinte, egli rischia la vita, per gli ideali che esso racchiude, per la nuova storia che si accinge a scrivere. Due anime, quindi, strettamente congiunte al loro tempo, ma che di esso, alla fine, fanno un alleato; nati pedine di un gioco più grande, riescono, con la forza del sentimento che li spinge l’uno nella vita dell’altra, a dettare le loro regole, a tracciare il proprio destino.

L’ amante di Lady Chatterley (D.H. Lawrence)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

E’ un libro strano “L’amante di Lady Chatterley”. Strano peché, comunque lo si legga, è sempre caratterizzato da un forte fattore anacronistico. Lo era allora e lo è tutt’oggi.
Quando venne pubblicato per la prima volta, infatti, la critica fu talmente efferata che venne censurato in tutti i paesi di lingua inglese.
E oggi, ciò che un tempo aveva scandalizzato e sconvolto, appare cosa minima e scontata, quasi inutile, più che normale. E cosa c’è di più tremendo nell’amore e nel sesso che la “normalità”?
Lady Chatterley è una nobildonna di vasta cultura, con una mente aperta alle divesità e ai cambiamenti. Ama l’arte, la letteratura, la poesia in ogni sua forma ed espressione. Crede fermamente che, nella relazioni,in ogni tipo di relazione, ad avere la priorità siano lo scambio appassionato di idee, le discussioni, l’accrescersi reciprocamente. In tutto questo, l’amore è solo un accessorio, il sesso una reazione primitiva, una regressione dall’ idillio creatosi tra due cervelli che viaggiano su di una stessa rotta. E’ ferma nelle sue convinzioni. Essa vaglia attraveso il cribro della ragione ogni esperienza che si affaccia alla sua vita, grandiosa, di giovane donna libera ed intraprendente. Anche nel vivere il matrimonio, Costance Chatterley usa lo stesso metro di giudizio. Ed ecco, quindi, che un’ esistenza passata accanto ad un uomo che, a causa di una ferita di guerra, non può più avere rapporti sessuali, risulta essere non solo piacevole, ma addirittura perfetta. Ma anche nelle migliori favole esistono i draghi. E una giostra che gira tranquilla, può, ad un certo punto, imbattersi in un cavallo che, libero e non aggiogato, intralcia il melodico ed armonico equilibrio che, almeno all’ apparenza, sembrava eterno.
Lady Chatterley si innamora del suo guardiacaccia, Melors, ma il sentimento che la lega all’ uomo non ha niente a che vedere con la cultura, la simbiosi intellettuale o l’ osmosi platonica. E’ un qualcosa di crudo, carnale, terreno; un istinto primordiale di cui non sospettava nemmeno l’ esistenza, di cui non credeva di avere così ardentemente bisogno. L’ erotismo diviene una priorità, un qualcosa che le serve per vivere, senza il quale tutto si tramuta in semplice e grigia esistenza. Se prima Costance si lasciava trascinare dal tranquillo soffio del fresco e delicato Zefiro, ora è un turbine che la intrappola nei suoi vortici di sensualità, piacere, di contatti che sembrano fuoco, in un continuo avvicendarsi di rapsodie che inceneriscono, ricreano e, di nuovo, immolano sull’ ara del più dolce gioco dei sensi.
I due amanti lottano contro il perbenismo di una società che, con le loro galere fatte di giudizi e morali, impediscono alle anime più audaci e immense di cercare il proprio sole e, seguendo la sua scia, di percorrere il proprio cammino. I carcerieri, gli uomini “nobili”, quelli “rispettabili”, tentano di imbavagliare un grido di purezza, di sensualità ed onestà.
Non si possono condannare i due protagonisti (e sta qui la grandezza di Lawrence!); non si possono tacciare di adulterio, se ci si rende solo minimamente conto del coraggio che questi hanno avuto nello scegliere, come propria, solo la legge dei sensi. Non si può. Soprattutto ai giorni nostri, in cui il sesso è divenuto abitudine; in cui l’ eccitazione viene considerata un “vizio normale”. In un mondo fatto di ciarpami e sepolcri imbiancati, ecco un inno all’ amore cantato con le pure e mai volgari parole dell’ erotismo.

I dolori del giovane Werther (J.W.Goethe)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

Per amare questo libro bisogna essere folli. Per amare questo libro bisogna essere liberi. Per amare questo libro dobbiamo spegnere il cervello e, mentre apriamo le sue pagine, permettergli di aprire il nostro cuore. La vicenda si svolge in Germania tra il 1771 e il 1772. E’ articolata in due parti. Nella prima, Werther, un giovane borghese deluso dalla società alla quale egli stesso appartiene, si rifugia in campagna, con la sola compagnia del suo amato Omero. Egli adora la natura e sembra quasi che essa lo ricambi; e, in questo paradiso bucolico e teocriteo, Werther conosce Lotte (Charlotte), una fanciulla della quale si innamora perdutamente e alla quale, non riesce, però, a confessarsi. E’ fidanzata, e, cosa forse più disarmante, il suo promesso sposo è un uomo gentile che riesce, addirittura, a divenire amico di Werther. I due hanno personalità profondamente e marcatamente opposte: pacata e saggia quella di Albert, passionale e turbinosa quella di Werther. Egli è irrequieto a causa di questo suo sentimento lacerante, tanto che sceglie di partire, di andarsene in città. E qui si apre la seconda parte del romanzo. La realtà borghese non si addice a Werther: si sente umiliato, aggiogato e decide quindi di ritornare. Ma egli ormai è cambiato e, quasi come se fossero in simbiosi, anche la sua natura: non è più la tranquilla, gentile, amica capace di donargli pace e ristoro; è divenuta violenta, tenebrosa, quasi infausta. Quando si apparta ad “incontrarla”, non ha più sottobraccio Omero, ma il tormentato Ossian.
Lotte e Albert si sono oramai sposati. Werther soffre, impazzisce a causa di un sentimento immenso che, proprio per questo, proprio perchè non condiviso, lo sta distruggendo. Lotte, ad un certo punto, è consapevole di amare Werther, se ne rende conto. Una sera lo abbraccia, lascia che lui la baci, ma poi, forse riferendosi a se stessa, a quella passione che la atterrisce, gli chiede di andarsene. Werther è felice. Werther è disperato. Werther si uccide con le pistole di Albert che Lotte è stata l’ ultima a toccare. Gioia, amore, follia, morte. Tutti fasci di un’ unica scia luminosa, quella dell’ esistenza, di cui Werther è il prisma di rifrazione. Attraverso di lui, passano tutti gli aspetti dell’ essenza umana, che, visti secondo la chiave di lettura della sua personalità ci appaiono, confusi, non delineati, con i confini dell’ uno persi nel nucleo dell’ altro. Si sovrappongono, quasi a divenire un unico, immenso, profondo impulso, terreno ed etereo, talmente grande da dettare legge nelle azioni, nei pensieri, nella vita di ogni fragile, “piccolo” individuo. E fragile è Werther. Fragile ma enorme. Arrogante perchè umile nel suo essere uomo. Folle. Geniale. Il protagonista di un libro, ma il personaggio di una vita.

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