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Archive for ‘Ti scrivo…’

lettera a De Andre

By , 24 aprile, 2011, No Comment

18 febbraio 2010

Ti ho conosciuto tardi, Fabrizio De Andrè. Avevo 15 anni quando moristi. Piansi tanto allora, perché in quel momento mi convinsi che nemmeno questa immensità potesse vincere contro la morte. Lo so cosa stai pensando. “Io non sono morto completamente”. E’ vero. Cazzo, per fortuna è così.
Ma mi manchi. Non mi manca quello che eri, ma quello che con la vecchiaia saresti potuto diventare.
Mi mancano le tue idee. Le tue idee proiettate oggi.
Mi manca il tuo punto di vista. Il tuo punto di vista su ciò che questo sporco e incasinato mondo è ormai diventato.
E mi manca il tuo coraggio. Il tuo coraggio e la tua voce. Il tuo coraggio, la tua voce, le tue idee e il tuo punto di vista che sono quelli di tutte le “Anime salve” inascoltate e dimenticate.
E queste anime, Faber, le hai salvate davvero. Salvate dall’ oblio e dall’ indifferenza. Perché ti dici che quando uno come te ne parla, allora forse bisogna davvero fermarsi ad ascoltare. E purtroppo le Anime Salve sono sempre di più. Sempre di più sono le Princesa, i Khorakhané; sempre più città hanno nome Sidun. Sono sempre troppi i Piero che devono morire per una guerra non giusta. Ma ci sarà mai una guerra giusta?
E quanti Andrea, ancora oggi, sono costretti a perdersi, perché non è permesso loro di trovarsi e farsi trovare.
Sai, Fabrizio, di leggi per punire i blasfemi ne stanno facendo. E ne stanno facendo anche altre, per lasciare impuniti chi meriterebbe davvero la galera.
E non solo con le botte ti rubano l’ anima, ma con l’ ignoranza, la presunzione. I mercanti del Tempio si stanno arricchendo. E tutte le Titti stanno perdendo via via la speranza di sognare.
Ormai non è più un giudice ad essere nano, ma chi dai giudici sta scappando. Strano, vero?
Non è cambiato niente. O forse è cambiato tutto. Troppo.
Sto scrivendo queste parole mentre ascolto “Creuza de ma” e mi sto rendendo conto di quale mese inadatto tu abbia scelto per nascere. Sei nato in inverno, ma hai la forza e il profumo del mare, del vento e del sole che in estate riescono a scacciare via tutte le paure. Ma forse hai scelto il mese del Carnevale, perché a te, in fondo, è sempre piaciuto ribaltare il potere.
E allora, forse troppo tardi, vorrei dedicarti un pensiero. Kahlil Gibran scrisse questi versi:

“E un maestro disse:
Parlaci dell’Insegnamento.
E lui disse:
Nessuno può insegnarvi nulla
se non ciò che già sonnecchia nell’albeggiare della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all’ombra del tempio
tra i discepoli non elargisce la sua sapienza,
ma piuttosto la sua fede e il suo amore.
E se davvero è saggio,
non vi invita ad entrare nella dimora del suo sapere,
ma vi guida alla soglia della vostra mente.
L’ astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi,
ma non può darvi la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi la melodia che è nell’aria,
ma non può darvi l’orecchio che fissa il ritmo,
né l’eco che rimanda il suono.
E colui che è esperto nella scienza dei numeri
può descrivervi il mondo del peso e della misura,
ma oltre non può condurvi.
Poiché la visione di un uomo non presta le proprie ali a un altro uomo.
E così come ognuno è solo nella conoscenza di Dio,
ugualmente deve in solitudine conoscere Dio e comprendere la terra.”

Grazie Maestro. Grazie amico fragile. Mi manchi.

Sara

Lettera a Don Andrea Gallo

By , 1 aprile, 2011, 2 Comments

E’ difficile scriverle, sa?
Si vorrebbero raccontare tante cose, ma poi viene da pensare che sicuramente sono già state dette, magari meglio.
Anche perché, quando si scrive, si ha sempre la pretesa, o il desiderio, di creare in chi legge una sorta di malessere, quella sana sensazione di non indifferenza che fa sì che le nostre parole arrivino là dove è loro dovere andare. E quindi inizio questa lettera chiedendole scusa. Scusi se tutto quello che troverà qui di seguito sembrerà come la solita, lenta accozzaglia di banalità. Forse è vero che niente è banale. O almeno così mi hanno insegnato: quando ci sono dei buoni propositi non bisogna tener conto dell’ originalità. Ma io non sono d’ accordo, soprattutto se ci si rivolge a chi, come Lei, in questo folle e storto mondo, ha deciso di essere originale nel miglior modo possibile. Non so se leggerà mai questa lettera. E di certo, se mai troverò la maniera di mandargliela, dovrà impegnarsi non poco a decifrare la mia grafia. Le scriverò con la penna, non con il computer, per farLa sorridere nel notare che, anche chi non è in galera, conosce ancora questo “strano” modo di comunicare.
Me la vedo con il Suo sigaro, dietro la Sua scrivania (che chissà perché immagino incasinatissima), con accanto giornali, altre lettere, mille libri, il “Capitale” e il Vangelo. E secondo me la Sua forza è proprio nell’ aver capito quanto simili, in fondo, siano queste due opere immortali. Il Vangelo lo leggo spesso. Ed ogni volta, forse proprio perché mi approccio ad esso da non credente, mi stupisco di quanto rivoluzionario sia questo libro. E mi stupisco anche di come, chi si fa grande citandolo con versetti e paragrafi annessi, sia distante da lui in maniera quasi inarrivabile. E invece Lei è, per assurdo, ciò che il Suo abito ci dice. Non è atroce tutto questo? Atroce che, per essere nel giusto, si debba viaggiare “in direzione ostinata e contraria”?
Atroce che chi non è legato a questo libro, o alla religione che dice di fondarsi su di esso, non possa permettersi il diritto di fare proprio un messaggio di tolleranza, fratellanza e partecipazione che, invece, dovrebbe essere universale?
Ma in fondo io credo, citando Dario Fo, che ci siano due Vangeli, come esistono due Bibbie: quello dei potenti, piena di lustri e di oro, prezioso quanto distante, chiuso in una teca, lontano ed inarrivabile; e quello dei “villani”, semplice, povero, magari stracciato, forse a volte assurdo, ma che è vicino al popolo, che da esso si fa toccare, sfogliare, amare.

Le sto parlando con il cuore in mano, come farei con un vecchio amico: leggendo i Suoi libri mi sono sentita meno sola.
Non che io riesca lontanamente a fare tutto ciò che Lei ogni giorno regala, anche se nel mio piccolo ci sto provando, con uno stile di vita e di consumo che guarda prima al mondo e poi al prodotto.
Mi sono sentita meno sola perché ho visto i miei ideali portati avanti , non derisi o bistrattati. E questo è stata come una boccata di aria fresca: quel respiro pieno e puro che riesce a darti la spinta per correre ancora. E mi piace pensare, forse con un po’ di superbia, che in questa corsa Lei stia anche accanto a me.
Io di certo Le sono vicina: la mia voce, se e quando vorrà, sarà accanto alla Sua per urlare e svegliare questo mondo storto dalla sua atroce indifferenza.
La mia corsa è meno importante della Sua, più piccola e, forse, più inutile. Ma sapere di avere, anche se idealmente e da lontano, Lei dalla mia parte, rende il traguardo più vicino.
La ringrazio Don.
Vorrei farlo a nome di tutti, ma non credo di potermi arrogare questo diritto.
Così, a nome mio, Le stringo la mano e La abbraccio forte.
Magari, un giorno non lontano, avrò l’ onore di incontrarLa. Vorrei, allora, che Lei mi offrisse un sigaro. Io Le porterei una bottiglia di vino rosso e insieme, senza dire nulla, ascolteremo “Creuza de Ma”. E’ una canzone che parla di Faber, di Genova e, quindi, anche di Lei. Con affetto immenso e profonda stima, La saluto.
Sinceramente,
Sara.

p.s. Le allego una lettera che l’ anno scorso, in occasione del suo compleanno, ho scritto idealmente a Fabrizio De Andrè. Vorrei che l’ avesse Lei, come amico di Faber, come persona che fa vivere, con il suo operato, le canzoni e gli ideali di questo grande uomo.

p.p.s Il mio animo di atea mi impone di farLe una contestazione. Quando, nel Suo ultimo libro, Loris Mazzetti Le domanda di provare l’ esistenza di Dio, Lei chiede, a sua volta, di dimostrare la non esistenza. Ecco, io Le rispondo che ONUS PROBANDI INCUBIT EI QUI DICIT. :)

Lettera a Francesco Guccini

By , 5 novembre, 2010, No Comment

Tu non mi conosci. Non sai nemmeno della mia esistenza. Non immagini neppure chi io sia, quanti anni abbia e soprattutto perché stia scrivendo questa lettera. Anzi, forse il motivo lo sai. Lo sai perché, di lettere come la mia, ne avrai ricevute a centinaia. E va bene così. E va bene anche, e soprattutto, che, mentre tu non sai nulla di me, io, di contro, mi sono presa il diritto di chiamarti “Zio”.
Lo zio non deve per forza avere rapporti di parentela, e anzi, spesse volte, proprio laddove non esistono vincoli, questo termine assume il suo significato più dolce e profondo. Lo zio è una presenza costante, vicina. E’ più di un amico: con lui puoi confidarti, puoi parlare. Ti fa sentire grande e maturo anche quando non lo sei. Ma ti dà anche la possibilità di essere bambino, incosciente e spaventato, quando tutti invece pretendono da te determinazione e coraggio. Non ti impedisce di cadere: è lì, con te, a toccare terra; ed è sua, la prima mano che ti aiuterà ad alzarti.
Ti fa conoscere il mondo, senza importi la sua visione di giusto o sbagliato. Ti parla di libri, di poesie, di realtà che non conosci, ma che, lui sa, per te diverranno importanti. E fa tutto questo con discrezione e rispetto.
Tu, Zio Guccio, non conoscendomi, lo hai fatto con le tue canzoni.



Ormai ho 27 anni, e da più di 12, anche se tu non lo sai, brindo alla tua salute.
Quante volte, nella solitudine della mia camera, o nella confusione della folla che corre intorno, mi hai risposto con le tue parole e la tua musica; quante volte mi hai raccontato di storia, di letteratura: mi hai insegnato più di qualsiasi professore. Tu non mi sentivi, ma quasi sempre io ti chiedevo come cavolo facevi ad inventarti poesie così assolute.
Mi hai regalato la mia canzone preferita, che nasconde, in sè, quello che per me è diventato un vero è proprio insegnamento di vita: nemmeno io sono mai riuscita a sopportare la gente che non sogna. E soprattutto, grazie a questo capolavoro, ho imparato ad amare il teatro con tutta me stessa. E credimi, mi sto impegnando anche io a vivere dicendo, con orgoglio, “Grazie, no”!
Ma al di là di tutto, sai cos’ è che, più di ogni altra cosa, mi commuove di questa tua canzone? “Perché Rossana è bella. Siamo così diversi…”
Mi sto confidando e tu, da bravo “Zio”, so che non mi giudicherai.
Quand’ ero adolescente, per punto preso, mi vestivo anche io con “un maglione sformato”. Non perché volessi somigliare a quella ragazza, ma perché credevo, e credo, in quelle atmosfere e in quelle situazioni che tu sai raccontare così bene. Quel maglione mi faceva sentire un po’ più vicina a te. E adesso? Adesso non ho maglioni sformati, non mai avuto nemmeno un Eskimo, ma so che quella casa, grigia di pietre e di tempo, seduta “sul confine della sera”, parla anche di me, della mia famiglia e delle mie origini.
Mi regali ogni volta la gioia di condividere con il mio compagno la speranza di veder cambiato questo mondo così storto: c’è sempre da aver fiducia nei vecchi romantici rottami, giusto?
Ma soprattutto mi regali la magia di emozionarmi insieme alla persona che amo. Lo so, sarebbe potuto succedere anche con un altro cantautore. Però, è con te che è accaduto. E’ te che devo ringraziare. E lo sto facendo, spero, in maniera tale da renderti tutto il merito possibile.
La mia “Emilia” e il mio “West” li ho trovati e vissuti anche ascoltando le tue canzoni. E, stanne certo, mio figlio, il mio “Culodritto”, avrà da te tutto quello che io sono riuscita a cogliere.
Ho solo il rimpianto di non avere mai avuto occasione di stringerti la mano e, perchè no, di abbracciarti. Spero, un giorno, di incrociare, anche se per poco, la mia strada, il mio bicchiere e il mio sguardo con il tuo.
Nel frattempo, stappo una bottiglia di vino e brindo alla tua.
Salute, Zio Guccio!

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