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In nome della madre (E. De Luca)

By , 16 ottobre, 2010, No Comment

Una carezza. Una tenera e calda carezza. E’ così questo libro. Ti entra dentro come una brezza.  E, forse per la prima volta, ti accorgi che il vaso può avere più bellezza e poesia del fiore che contiene.

La storia di Miriam/Maria, fanciulla, adolescente che, per un disegno superiore, più grande degli uomini e del destino, si troverà a essere incinta di Colui che, per tutti, è il Messia. Per tutti. Anche per lei. Ma non subito, non completamente. Per questa ragazzina da poco donna, la creatura che le cresce in grembo è, innanzitutto, suo figlio.

Suo. E basta. Per nove mesi – e poche ore – questo figlio le appartiene. E non ci sono leggi, umane o divine, non c’è il tempo, non c’è il destino. Per nove mesi, e fino all’alba, Miriam sarà mamma. Mamma e vaso. Orecchie, occhi e cuore. Sarà pelle e nervi. Sarà questo. Tutto questo. Solo questo. E lo sarà soltanto per suo figlio.  Un amore immenso e universale, quello di una madre, eterno come la sabbia del deserto e dolce come il latte delle stelle. E qui, per assurdo, senza contesto e senza paletti.

Con uno stile scarno, semplice, e forse proprio per questo più forte e più diretto, Erri De Luca racconta una delle vicende più conosciute. Ma, nel farlo, compie un passo indietro.  Tutti partono dove lui arriva. Ed egli parte dove pochi hanno avuto il coraggio anche solo di guardare. Perché l’autore parla di una ragazzina. Normale, semplice. Una piccola donna che accetta con coraggio quello che le è stato predetto e predestinato. E sembra farlo più per l’incoscienza della sua giovane età che non per chissà quale aiuto o dote divina. Certo, sa bene cosa sarà. Ma con un’allegria tutta infantile affronta ciò che è già stato deciso. Sembra volare, Miriam. Fluttua in questa sua nuova condizione di sogno. E si sente speciale. Quasi vanitosa. Come ogni ragazzina. E accanto a lei, Iosef, più grande, più maturo. Egli conosce la Legge, la rispetta, la teme. Ma per amore della sua Maria, combatte contro tutto ciò che da sempre ha ritenuto – e ritiene – giusto. E’ la conchiglia che protegge il suo tesoro : e senza guscio la perla, forse, non sarebbe nemmeno tanto preziosa.  Un uomo ed una donna, dunque, profondamente e marcatamente reali e che, proprio per questo, devono sottostare a regole e decisioni che gli vivono al di sopra. E quindi ecco la gravidanza. E quindi ecco il viaggio verso Betlemme per il censimento.  Ed è proprio alla fine di questo viaggio, volontà di uomini, che termina anche l’altro, di percorso, volontà divina. E nel momento stesso in cui la piccola Miriam stringe, per la prima volta, il suo bambino, quando smette di essere la ragazzina un po’ speciale per diventare la madre, in quello stesso istante perde anche tutto il suo coraggio. Come se la sua creatura, nel lasciarla, le avesse portato via la sua infanzia, la sua incoscienza. E allora prega. Prega con il cuore di mamma. Prega per suo figlio, il suo bambino.  Prega, ma sa. Sa cosa e come deve essere. E allora l’immenso coraggio di questa piccola donna esce fuori. Perché è solo grazie a lei che tutto si compie. Perché, se “in nome del padre si inaugura il segno della croce, in nome della madre si inaugura la vita”.

Ho amato questo libro profondamente, letto in una sola notte. Mi sono avvicinata alle sue pagine, alla sua storia, da non credente, da convinta non credente. E penso che sia stato questo il motivo che mi ha portato ad apprezzarlo in ogni sua più piccola sfumatura. Quindi vi prego, a titolo squisitamente personale, di lasciar stare, almeno per una volta, la fede. Vi chiedo di provare a conoscere Miriam e non ciò che essa, per alcuni, rappresenta. Vi chiedo di sentirla ridere, di vederla giocare. Vi chiedo di guardarle il pancione con la stessa tenerezza che usereste per una ragazza incontrata per la strada. Immaginatela china sui campi, sporca di terra, sudata per il sole, gonfia per la gravidanza. Pensatela dolce tra le braccia del suo uomo, ma goffa per il pancione. Provate ad immaginare le sue paure e incertezze. Capitene i sogni, le aspettative. Guardatela ragazzina e poi donna. Figlia e poi madre.

E dopo, soltanto dopo, tornate a leggerla come l’icona sacra che tutti noi conosciamo.

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