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Lettera a Francesco Guccini

By , 5 novembre, 2010, No Comment

Tu non mi conosci. Non sai nemmeno della mia esistenza. Non immagini neppure chi io sia, quanti anni abbia e soprattutto perché stia scrivendo questa lettera. Anzi, forse il motivo lo sai. Lo sai perché, di lettere come la mia, ne avrai ricevute a centinaia. E va bene così. E va bene anche, e soprattutto, che, mentre tu non sai nulla di me, io, di contro, mi sono presa il diritto di chiamarti “Zio”.
Lo zio non deve per forza avere rapporti di parentela, e anzi, spesse volte, proprio laddove non esistono vincoli, questo termine assume il suo significato più dolce e profondo. Lo zio è una presenza costante, vicina. E’ più di un amico: con lui puoi confidarti, puoi parlare. Ti fa sentire grande e maturo anche quando non lo sei. Ma ti dà anche la possibilità di essere bambino, incosciente e spaventato, quando tutti invece pretendono da te determinazione e coraggio. Non ti impedisce di cadere: è lì, con te, a toccare terra; ed è sua, la prima mano che ti aiuterà ad alzarti.
Ti fa conoscere il mondo, senza importi la sua visione di giusto o sbagliato. Ti parla di libri, di poesie, di realtà che non conosci, ma che, lui sa, per te diverranno importanti. E fa tutto questo con discrezione e rispetto.
Tu, Zio Guccio, non conoscendomi, lo hai fatto con le tue canzoni.



Ormai ho 27 anni, e da più di 12, anche se tu non lo sai, brindo alla tua salute.
Quante volte, nella solitudine della mia camera, o nella confusione della folla che corre intorno, mi hai risposto con le tue parole e la tua musica; quante volte mi hai raccontato di storia, di letteratura: mi hai insegnato più di qualsiasi professore. Tu non mi sentivi, ma quasi sempre io ti chiedevo come cavolo facevi ad inventarti poesie così assolute.
Mi hai regalato la mia canzone preferita, che nasconde, in sè, quello che per me è diventato un vero è proprio insegnamento di vita: nemmeno io sono mai riuscita a sopportare la gente che non sogna. E soprattutto, grazie a questo capolavoro, ho imparato ad amare il teatro con tutta me stessa. E credimi, mi sto impegnando anche io a vivere dicendo, con orgoglio, “Grazie, no”!
Ma al di là di tutto, sai cos’ è che, più di ogni altra cosa, mi commuove di questa tua canzone? “Perché Rossana è bella. Siamo così diversi…”
Mi sto confidando e tu, da bravo “Zio”, so che non mi giudicherai.
Quand’ ero adolescente, per punto preso, mi vestivo anche io con “un maglione sformato”. Non perché volessi somigliare a quella ragazza, ma perché credevo, e credo, in quelle atmosfere e in quelle situazioni che tu sai raccontare così bene. Quel maglione mi faceva sentire un po’ più vicina a te. E adesso? Adesso non ho maglioni sformati, non mai avuto nemmeno un Eskimo, ma so che quella casa, grigia di pietre e di tempo, seduta “sul confine della sera”, parla anche di me, della mia famiglia e delle mie origini.
Mi regali ogni volta la gioia di condividere con il mio compagno la speranza di veder cambiato questo mondo così storto: c’è sempre da aver fiducia nei vecchi romantici rottami, giusto?
Ma soprattutto mi regali la magia di emozionarmi insieme alla persona che amo. Lo so, sarebbe potuto succedere anche con un altro cantautore. Però, è con te che è accaduto. E’ te che devo ringraziare. E lo sto facendo, spero, in maniera tale da renderti tutto il merito possibile.
La mia “Emilia” e il mio “West” li ho trovati e vissuti anche ascoltando le tue canzoni. E, stanne certo, mio figlio, il mio “Culodritto”, avrà da te tutto quello che io sono riuscita a cogliere.
Ho solo il rimpianto di non avere mai avuto occasione di stringerti la mano e, perchè no, di abbracciarti. Spero, un giorno, di incrociare, anche se per poco, la mia strada, il mio bicchiere e il mio sguardo con il tuo.
Nel frattempo, stappo una bottiglia di vino e brindo alla tua.
Salute, Zio Guccio!

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