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Lo smalto rosso

By , 26 novembre, 2011, No Comment

Era strano vederla così, e credo che lo pensassero tutti. Gina, di per sé, era normalissima, per carità, ma questo suo vezzo faceva mugugnare parecchia gente.

Gli uomini credevano fosse una di quelle stranezze femminili, per loro incomprensibili, e non ci facevano poi tanto caso. Tra un bicchiere di vino e una partita a carte, al bar, alzavano le spalle per un momento e poi tornavano a pensare agli affari loro. Che si sa, gli uomini hanno poca voglia di capire certe cose.

Le donne, invece, che prendono questioni del genere molto sul serio, si dividevano in due fazioni: quelle che potevano pensare tutto il male possibile di Gina, e quelle a cui non fregava nulla, ma ascoltavano e annuivano con sacralità alle chiacchiere delle altre.

E Gina, in tutto questo, sorrideva.

Non era vedova, né zitella. Non si era mai sposata, diceva, per scelta del destino. Ma aveva amato come poche persone sono in grado anche solo di pensare. E il suo amore, diceva lei, se l’ era portato via il treno.

Nessuno sapeva se fosse stata abbandonata o se il suo amante fosse morto lungo la ferrovia, in quel modo bastardo di andarsene tentando di costruirsi un avvenire. Fatto sta che Gina, da quel momento, ogni domenica, alla stessa ora, mentre il paese andava a Messa, si avviava alla stazione.

Si sedeva sotto il grande orologio, su quelle panchine che hanno tutte le stazioni del mondo, fredde e scomode, e aspettava che arrivasse il treno. Non le interessavano quelli che si fermavano lì: non ci trovava niente di bello, solo una grandissima confusione. A Gina piacevano i diretti, i treni veloci, quelli che passavano senza fermarsi, senza rallentare. E quando sentiva quel fischio, inconfondibile, chiudeva gli occhi e sorrideva.

Ma non era questo, per quanto strano, che faceva mugugnare la gente, alzare le spalle agli uomini e pensar male alle donne. Alla fine, com’è che si dice: ognuno della sua anima faccia quello che vuole.

Il fatto è che Gina, ogni sera, non ogni domenica, non ogni giorno di festa o ogni vigilia, ma ogni sera che il Padreterno mandava in terra, compiva uno strano rituale: nella solitudine della sua casa, che fosse davanti al fuoco o sui gradini dell’ingresso o nel suo grande letto, unica eredità di sua madre, lei si metteva uno smalto rosso fuoco sulle dita.

Lei, che lavorava nei campi, che impastava il pane; lei che raccoglieva le nocciole a settembre e le castagne a ottobre; lei che si scottava con la stufa di casa almeno una volta al giorno; lei, che aveva le mani grosse e tozze, sporche e rovinate, mani di terra e acqua e lavoro; lei che era come tutte le altre donne del paese, non più bella, forse, anzi, più sola; lei, alla fine della giornata, ogni sera, si metteva lo smalto.

Uno smalto da poco, quello che dura il tempo di uno starnuto, che quando ti soffi il naso già noti qualche chiazza bianca sulle unghie appena dipinte. Ma a Gina non interessava: tanto, la sera seguente, lo avrebbe rimesso, più rosso di prima, più rosso di quanto si possa mai arrivare a credere.

Non ha mai voluto spiegare perché lo facesse, se era banale vanità o se, magari, le ricordava quel suo amore, portato via dal treno. Forse a lui piaceva quel suo smalto rosso fuoco, e lei, in suo onore, ogni sera se lo metteva, per sentirlo vicino o per rendergli omaggio.

Ed è morta Gina, morta da sola, in casa, nel sonno, una domenica pomeriggio dopo esser tornata dalla stazione. E quando la vidi, stesa su quel suo grande letto solitario, notai che lo smalto della sera prima se ne era quasi tutto andato. E allora, prendendo la boccetta sul comodino, iniziai a dipingerle le dita.

Perché, forse, avevo capito.

Gina era sola, viveva sola, lavorava sola, dormiva sola. La vita le aveva tolto molto più di quanto le avesse mai dato. Guardava il mondo con la schiena piegata, Gina. Piegata sulla terra, piegata a raccogliere nocciole o castagne, piegata nel pulire la stufa. Piegata dalla vita. E anche quando riusciva ad avere il viso diritto, la testa alta, era comunque e sempre seduta, come alla stazione, a sentire il destino che corre veloce, senza aspettarla. Non a guardare. Perché aveva gli occhi chiusi, Gina, quando passava il treno. Era seduta, Gina, scomoda e infreddolita. E la vita le passava davanti così. Ma lei sorrideva. La sfidava la vita, Gina. La sfidava con quel suo orribile smalto rosso, a dimostrare che lei, comunque, sarebbe stata più forte.

Più lo smalto si toglieva, più lei lo avrebbe rimesso. Più le unghie le si spezzavano, più lei le avrebbe dipinte. Ogni sera. Per tutta la vita. Non lo faceva per il suo amore, per il suo uomo, per sentirsi più bella delle altre. Lo faceva per se stessa, Gina. Per tentare di combattere quello che sembra caderti addosso, sulle spalle, a piegarti la schiena. Che anche con la testa bassa, le mani, le unghie, lo smalto, Gina li vedeva. E sorrideva al destino, sfidandolo.

E alla fine ha vinto, Gina, con le unghie spezzate e colorate. Ha vinto.

Forse, in fondo, il suo era solo un vezzo vanitoso. O uno struggente ricordo del suo amore perduto. Ma a me, mentre metto il mio orribile smalto rosso da due soldi, piace pensarla diversamente. A me piace pensarla così.


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