Crea sito

Storia

By , 17 ottobre, 2010, No Comment

C’era una volta un luogo, un dove che nessuno conosceva, e un tempo, anch’esso da sempre tenuto nell’oblio. In questo luogo e in questo tempo viveva un re, un sovrano potente, forte, valoroso, giusto e implacabile. Era riuscito, con il suo esercito, a conquistare terre e foreste e colline, pianure, montagne. Aveva guadato fiumi, attraversato mari, esplorato grotte, arrivando fino ai confini del mondo. Il suo reame era immenso; ovunque si volgesse lo sguardo si potevano vedere i suoi possedimenti.
“Siamo sulle terre del Re!” dicevano tutti; quando uno straniero, o un viaggiatore, chiedeva dove si trovava, si sentiva rispondere sempre allo stesso modo: “Ma come? Non lo sai? Questo è il dominio del Re!”
Il Re. Ormai così era conosciuto. Anche lui, una volta, aveva avuto un nome; ma con il tempo tutti lo avevano dimenticato, e, per le sue imprese, per le sue eroiche gesta, il titolo di Re era, sicuramente, quello più adatto.
Egli aveva ori e argenti provenienti da ogni dove; sete e broccati tra i più preziosi; spezie rarissime, vini pregiati; conosceva le lingue di tutte le terre, le usanze di tutti i popoli; poteva studiare su libri scritti dalle più grandi menti mai esistite di ogni tempo e paese. Era amato dalle sue genti, poiché era un sovrano giusto. Difendeva i sui sudditi dai nemici, e in cambio chiedeva loro soltanto di lavorare onestamente, per far sì che il regno prosperasse sempre di più. Un vantaggio, poi, di cui tutti avrebbero beneficiato.
Nelle sue terre, nessuno aveva mai conosciuto la fame o la miseria; e al suo palazzo, gli amici potevano godere di tutti i suoi tesori, che egli metteva a disposizione senza remore, senza restrizioni. Si brindava con il vino più gustoso; i cibi erano insaporiti in maniera magistrale. E si giocava, ci si divertiva con tutti i passatempi importati dai paesi stranieri.
Era un regno sereno, felice; e felice era anche il suo sovrano. Non poteva desiderare niente di più. E niente di più chiedeva. “Ho amici sinceri, compagni fedeli che darebbero la vita se solo io glielo comandassi; i miei sudditi mi amano e mi rispettano, e sono sicuro che se io chiedessi loro di armarsi e combattere, essi lo farebbero, senza chiedere spiegazioni. I miei forzieri sono pieni di oro, le mie dispense e le mie cantine piene di viveri, e, se anche un giorno dovessero scoppiare epidemie, guerre, miseria, possiamo tutti vivere comunque di quello che con gli anni abbiamo raccolto. Ho mura salde a difendere il mio castello, e nel mio regno tutti hanno una casa e un letto nel quale dormire sonni tranquilli. Non posso chiedere niente di più!”
Un uomo saggio, il Re; saggio e potente, ricco, bellissimo, rispettato e amato.
Ma comunque sempre un uomo, e come tale un giorno, quando la sua anima si sarebbe stancata di vivere sulla terra, avrebbe dovuto lasciare questo mondo, e iniziare un viaggio ben più importante di tutti quelli che aveva avuto la fortuna di compiere. “Ma è meglio non pensarci!” si diceva.
E così i giorni passavano, trasformandosi in mesi, i quali, a loro volta, parlavano e si mostravano attraverso le stagioni: ecco l’inverno, curvo vecchietto di bianco vestito, che riusciva con il suo respiro a far tremare le terre, a far gemere le montagne, a fermare persino l’inesorabile scorrere dei fiumi; e l’estate, giovane, calorosa, prorompente donna, che implacabile faceva sudare e sbuffare ogni creatura, vivente e non; calde erano le pietre a lungo esposte al sole e calde erano le fronti dei contadini che, alzando lo sguardo al cielo, ringraziavano il sole per le messi loro donate ma si chiedevano perché mai dovesse sempre risplendere con così tanto fervore.
Inverno ed estate, freddo e caldo, stagioni che passavo anche per il Re, sensazioni che pure lui, grande e potente, non poteva evitare di provare.
Tutto scorreva tranquillo, ogni cosa andava avanti nella sua pacata normalità.
Finché un giorno bussò alle porte del castello una ragazza.
Era bella, incredibilmente bella; nei suoi occhi si potevano scorgere le stelle del cielo, lì, trapuntate sull’oscuro tessuto della notte. In lei si capiva l’arcano disegno che creò con la sua luminosa armonia, cacciatori, cavalli, draghi, fanciulle. Esseri ancestrali e misteriosi che da sempre hanno guidato il cammino degli uomini.
Il nome di questa creatura era Amo. Introdotta al cospetto del Re, alla domanda del sovrano sul motivo che l’aveva condotta fino alla sua reggia, rispose: ” Mio signore, è una vita che cammino e che viaggio, sempre guidata dalle amiche nuvole, che dall’alto saggiamente mi indicano la strada. Una notte, tanto, tanto tempo fa, iniziai a scrivere una poesia, ma, una volta che la mia penna aveva vergato il primo verso, la mia mente si rifiutò di creare il secondo. Capii, a quel punto, che soltanto viaggiando, solo conoscendo nuove realtà, nuovi luoghi, nuove persone avrei potuto completare la mia opera. E così, cominciai questo mio peregrinare, e ogni volta che giungevo in un posto nuovo, come per magia, la mia mente iniziava a giocare con la mia penna, imprimendo sul foglio nuove parole. Tanto ho vagato e tanto ho scritto, fino ad oggi: le nubi mi hanno portata sin qui, ed è proprio in questo luogo, nel suo regno, o mio sovrano, che io spero, finalmente, di poter trovare l’ultimo verso della mia poesia.”
Stupito tanto della bellezza, quanto dalla determinazione di questa fanciulla, il Re decise di accoglierla nel suo regno, e ospitarla nel suo castello. E Amo, che mai si era aspettata una così calorosa accoglienza, abituata a sguardi di derisione e di compassione, si inchinò rispettosamente, per poi dirigersi verso i suoi alloggi accompagnata da una damigella.
Giunta che fu in quelle che sarebbero diventate le sue stanze, si lasciò cadere sul letto. Era stanca, stremata. Chiuse gli occhi, li tenne serrati quasi con violenza chiedendo e sperando di poter finalmente concludere la sua opera, per potersi riposare e godere la vita. Luna e Sole iniziarono il loro gioco nella volta del cielo, e il giorno seguì la notte, e poi nuovamente sera, e poi ancora mattina.
E sempre, ad ogni alba, Amo lasciava i suoi alloggi, e andava passeggiando per i campi e i boschi del regno, parlando con quel contadino, giocando con quel piccolo scoiattolo, fermandosi di tanto in tanto nelle botteghe degli artigiani ad ammirare i lavori creati da abili mani, o rimanendo in contemplazione del grandioso gioco di luce che l’acqua di una cascata partoriva dopo il magico incontro con i raggi solari. E ad ogni nuovo giorno, il Re guardava dalle sue finestre questa piccola, meravigliosa creatura, sempre più ammaliato, sempre più incantato, chiedendosi, quasi temendolo, se mai sarebbe riuscita a completare la sua poesia.
Un pomeriggio, mentre Amo era intenta a consolare una bambina che correndo era caduta, il Re si avvicinò e, chinandosi sulla ragazza, le chiese come trovasse il suo regno, se era felice nelle sue terre.
“Oh, mio signore, avete un reame meraviglioso! Mai, in tutti i miei viaggi, sono riuscita a trovare un luogo tanto bello e armonioso e felice come sembra essere questo”.
A quell’incontro ne seguirono altri, e altri ancora; e ovunque si notasse la maestosa figura del Re, vicino, sicuramente, si poteva trovare quella di Amo. Cavalcavano insieme per i meravigliosi boschi, esploravano profonde grotte, dimore di piccoli e dispettosi folletti, e chiunque, umani ed elfi, creature mortali e spiriti fatati, animali, piante, persino il vento e la pioggia, chiunque rimaneva in profondo e ammirato silenzio scorgendo le due figure, legate da chissà quali discorsi, unite da chissà quale magia. Erano sempre insieme, di giorno e di notte, affacciandosi al sole per far meglio maturare la loro gioia, e accettando la Luna come unica testimone della loro passione, di quella comunione di corpi e di anime, di quei momenti in cui, i segreti che di giorno si erano scambiati all’orecchio, venivano sussurrati attraverso il contatto delle loro bocche.
Tutto era bello, tutto era perfetto. Ma tutto è destinato, prima o poi, a cambiare.
E quel momento era giunto. Mentre riordinava la sua stanza, Amo trovò la sua poesia. Erano mesi che non ci pensava più, ma ora nuovamente aveva tra le mani quel foglio, motivo di tutti i suoi viaggi, ancora incompleto. Grazie ad esso era giunta fin lì, grazie ad esso aveva conosciuto il suo amato Re, ma ora, mentre fissava atterrita lo spazio vuoto dell’ultima parola, le parve come se quel foglio la richiamasse all’ordine, come se le comandasse di compiere il suo dovere.
Le braccia le caddero lungo il corpo, ed essa sconfitta e con gli occhi brucianti per le troppe lacrime versate, cominciò a fare i bagagli, a raccogliere le sue cose.
Doveva andare. La sua poesia non era ancora finita e, a quanto pareva, quello non era il luogo dove questo sarebbe potuto avvenire.
Fu facile uscire dal castello. Ormai tutti la conoscevano. Non era più una curiosa viaggiatrice. Era diventata un’abitante di quelle mura, di quei prati, di quei boschi, di quelle pianure, di quel regno. Eppure, neanche quella era la sua casa. Neppure in quel luogo straordinario poteva fermarsi. Neppure ora. Ora che grazie ad un uomo aveva conosciuto la completa felicità. E mentre pensava, piangeva; e mentre piangeva si allontanava; e mentre si allontanava moriva.
Tante volte il pendolo aveva fatto sentire la sua voce, prima che il Re andasse nelle stanze di Amo. Bussò, ma non ricevette risposta. Bussò ancora, aspettò, ma niente. Allarmato, decise di entrare. E una volta spalancata la porta, il cuore gli mancò un battito. La stanza era vuota: Amo non c’era, tutte le sue cose sparite. Stava per correre fuori, quando lo sguardo si posò sul letto. C’era un biglietto, una pergamena, che non sembrava essere stata dimenticata, ma che era lì per una precisa ragione.
La prese, la lesse, e il respiro gli morì nel petto.
Quella era la poesia che Amo stava scrivendo. Era incompleta, mancava ancora quella maledetta parola. E allora comprese. Comprese il motivo che aveva spinto Amo ad andarsene, e comprese anche che lui questo non avrebbe mai potuto permetterlo. Come una furia uscì dal castello, montò il suo cavallo e corse, volò alla ricerca della sua amata. La vide, da lontano, chiamò, pianse urlando il suo nome. Ed ella si voltò, appena in tempo per vedere il suo Re gettarsi dal cavallo e precipitarsi verso di lei. Lo strinse, come se fosse l’unico appiglio fermo in un mondo che turbinava, ma poi, strappandosi il cuore a morsi, si allontanò da lui. Questa volta fu il Re ad imprigionarla. “Non capisci!”, gli disse, “Non posso restare, non posso!”
“No, tesoro mio, sei tu che non capisci. Il tuo posto è qui, con me, nel mio regno, vicino al mio cuore. Questa è la tua casa, ed io, con te, ho trovato la mia.”
Oh, Dio, quanto avrebbe voluto credere a quelle parole!
“Ma la mia poesia…”, pianse afferrandosi al suo collo, “la mia poesia non è ancora conclusa, ed io…”
Lui le alzò il volto, le pose una mano sulla guancia e la guardò negli occhi: “La tua poesia è finita. Sono riuscito a concluderla” Le diede il foglio, pieno questa volta, senza un solo spazio bianco. “Capisci ora, mia piccola dolce Amo? Il tuo destino è quello di conservare il mio cuore. Io ho concluso la tua poesia, e tu sei riuscita a completare il mio sogno. Sono ricco, potente; ho terre sconfinate e amici fidati ovunque, ma sono un uomo, un semplice, normale uomo che ha paura della morte, che trema l’inverno e ha caldo durante l’estate. Ma ora con te non dovrò più temere le lunghe, rigide notti, poiché avrò chi le riscalderà; quando il sole brillerà implacabile nel cielo, insieme, ci tufferemo nelle fresche sorgenti, trovando pace e ristoro nelle loro limpide acque. E il giorno in cui sentirò giungere la mia dipartita, avrò l’animo tranquillo. Perché nel tuo ricordo, mia signora, nel tuo cuore, io avrò vita eterna. Così sarà per me, e così sarà per te.”
Amo, ancora incredula, guardò diritta negli occhi del Re. Era finito. Il suo compito, il suo incessante peregrinare era finalmente finito. E, al suo posto, ora c’era una nuova, grande avventura, magica, dolce, bellissima, un nuovo viaggio, da compiere, questa volta insieme a colui che le era più caro dell’aria che le serviva per vivere. Si alzò in punta di piedi, e mentre per un attimo, volgeva un ringraziamento al cielo, unì, ora e per sempre, le sue labbra a quelle di lui.
Fu così che Amo ed il suo Re si fusero, da quel momento, in un solo essere. Divennero quella forza incredibile ed invincibile, che nemmeno il tempo sarebbe mai riuscito a sconfiggere. E da allora, fino ai nostri giorni, e ancora, in eterno, sarebbe stata la fiamma in grado di dare un senso ad ogni esistenza.

Read More

{Comments are closed}

)